Gli "hikikomori" - i ragazzi auto-reclusi, dipendenti da videogiochi e social-network - sono una realtà anche in Trentino. L'Associazione AMA ha dato il via ad un percorso di alternanza scuola-lavoro volto a ricostruire l'identità e l'autostima dei ragazzi "persi nella rete".
 |
Videogiocare di notte, spia di un disagio
|
Il fenomeno dell'auto-isolamento nella propria casa o nella propria stanza (anche noto come “
sindrome dell’hikikomori”) rappresenta una problematica crescente tra gli adolescenti in Trentino. Un osservatorio che monitora questo fenomeno è l’Associazione di
Auto-mutuo aiuto AMA di Trento: da circa quattro anni l’associazione si occupa dei ragazzi “ritirati” ed ha ricevuto la richiesta d’aiuto di
una ventina di famiglie. Insieme all’Istituto di Arti grafiche Artigianelli, a Fondazione Cassa Rurale di Trento e ad un gruppo di esercenti, AMA ha dato il via al percorso “
Fuori dalle mura” che avvierà dieci studenti ad un percorso di
alternanza scuola-lavoro mirato ad individuarne ed esaltarne le capacità, per prevenire che il
ritiro avvenga: «Spesso i ragazzi non riescono a vedersi nel
futuro, anche a causa delle incertezze imposte dalla pandemia - ha spiegato la psicologa
Giulia Tomasi, coordinatrice di AMA - Con questo progetto mostriamo come si può costruire
identità ed
auto-stima».
«Abbiamo ricevuto le richieste d'aiuto di circa venti famiglie di "hikikomori". Occorre che i ragazzi riescano a immaginarsi nel futuro».
La sindrome dell'hikikomori tocca soprattutto (ma non solo) gli
adolescenti maschi, che finiscono per rinchiudersi nella loro stanza facendo un uso ossessivo di
videogiochi e
social-network, alienandosi dalle interazioni sociali, fino ad arrivare all'
abbandono della scuola: «Gli adolescenti vivono dominati dall'
immagine di sé veicolata dai social perché da essa dipende il
giudizio dei coetanei. Alcuni non riescono a sostenere questa
competitività e finiscono per rifiutare il contatto con i loro pari, puntando sulle
relazioni virtuali, sui videogiochi e sulla rete». Quella del videogioco, che agli adulti può sembrare un'esperienza di isolamento, per l'hikikomori è un'esperienza sociale: «Spesso questi ragazzi
invertono il ritmo sonno-veglia. Stanno svegli la notte al fine di videogiocare con alcuni “leggendari” giocatori magari americani - spiega Tomasi - Le veglie notturne sono un tipico segnale di
disagio che le famiglie possono cogliere».
«Gli hikikomori sono di solito ragazzi che non hanno mai dato problemi. Le famiglie si stupiscono di una sofferenza così profonda».
 |
Giulia Tomasi, psicologa AMA Trento
|
L’
isolamento è l'esito di una sofferenza a lungo latente, che spesso scatta quando avviene un
evento traumatico: «Può esserci un atto di bullismo o
cyber-bullismo che prelude all'isolamento - sottolinea Tomasi - Ma il ragazzo aveva già ridotto le sue interazioni sociali, ad esempio andando sempre meno a fare sport o
rimanendo a casa da scuola per evitare i coetanei». Alcuni comportamenti possono sfuggire a familiari e docenti: «Quello che stupisce gli adulti è l'emersione di un simile disagio in un ragazzo solitamente
bravo a scuola, sensibile ed intelligente. Fino alle scuole elementari tutto andava bene, ma poi alle medie e nei primi anni delle superiori, il ragazzo che va bene a scuola e che ha un buon rapporto con i
docenti viene preso di mira e umiliato».
«Una via d'uscita c'è. Bisogna accettare di parlare del problema con chi l'ha già vissuto e con gli esperti qualificati».
Tomasi evidenzia come i ragazzi vivano una profonda insicurezza anche in relazione al loro aspetto fisico: «Su Instagram e TikTok è una corsa a chi ottiene più “cuori” sulle proprie foto, che vengono fortemente sessualizzate, per altro secondo stereotipi di genere che possono acuire la sofferenza. Anche per questo rapporto con il suo corpo, il ragazzo tende ad evitare le lezioni di ginnastica. Questo è un segnale che il docente può cogliere».
Esistono però delle vie d’uscita da questa situazione, capaci di restituire questi ragazzi ad una vita sociale serena: «È importante che le famiglie si rendano conto che non sono né i soli né i primi a vivere questo disagio. Se ne può uscire, ma bisogna parlarne, confrontandosi con chi è passato per lo stesso vissuto. Se il problema è individuato precocemente, possono bastare alcuni colloqui con il ragazzo e i genitori per sistemare le cose».
Per informazioni si può contattare il numero di AMA 3428210353 o inviare un'email a info@automutuoaiuto.it.
Fabio Peterlongo
Commenti
Posta un commento